La sabbia

Una nota intonata, lo scatto di un ingranaggio; il presente e la memoria che si allineano.

Tutto il resto si rivela abbozzato e sospinto; io per primo lo sono, e quello che muovo.

Un sorriso, una frase semplice, un bicchiere d’acqua. Qualcosa che torna a posto, o che ne prende uno; un po’ di dignità e di coraggio senza parole.

E io da che parte sto, chi apprezzo davvero e chi sostengo, di chi mi chiedo i pensieri.

Sei stata brava, so, dai pochi dettagli prudentemente concessi. Ma è una prudenza inutile; io lo dimentico e lo soffoco ma tu sei il battito, la forma degli occhi, il profumo di casa, la paura del buio.

E la sabbia non è mai profonda abbastanza o il collo mai abbastanza allungato.

infinito presente

 

-Sarà stato durante il ginnasio, studiando la grammatica greca – dice – non ti ricordi? Fatto sta che ti è venuto fuori di dirmi: tu sei l’infinito presente.

-Ma no, figurati se mi ricordo, mamma – rispondo – è una cosa così sciocca, quasi una battuta!

E dentro di me una fitta, piccola piccola. Penso che vent’anni fa non lo sapevo che quella frase era perfetta per te. Penso che vorrei avertela detta; penso che ti sarebbe piaciuto sentirtela dire, Pezzi di me.

Auguri

Data e firma. Me ne sono accorto stamattina, di che giorno è oggi; al termine dell’ultima incombenza dopo una notte di (poco) lavoro. Una ricorrenza. E mi dispiace che sia stato per me il ricorrere di un senso di tristezza, di un crollo; pezzi di vetro rimasti per terra. Di giorni di breve vacanza finiti in solitudine, già tre anni fa. E invece voglio che sia un giorno come gli altri, in cui ti penso con una malinconia smussa, benefica, e posso quasi dirti auguri davvero.

Nove mesi

  
 
Tre volte sono stato in questa città.

Della prima ricordo l’avvicinamento. Da ragazzino, la mappa stradale sulle ginocchia. La torre ci guida illuminata, ingrandendosi, o così mi ricordo. Una Polar rossa ci induce ad accostare; il guidatore, un festoso espatriato, ci offre di dormire in uno dei suoi numerosi appartamenti, vista l’ora tarda. Uno sconosciuto che offre ospitalità a degli sconosciuti connazionali, così originale e straniante che quasi accettiamo.

Della seconda ricordo che c’eri tu, ed ero confuso e felice. O meglio, confuso e brevemente felice. Tanto consapevole della brevità, da prendere nota della serenata che dicesti – se mai ti fosse stata rivolta – non potere fallire; da tenerla buona per il prossimo futuro in cui sapevo che sarebbe servita. Ma sarebbe fallita.

E questa. Su un taxi guidato da Marco Marzocca – o tale e quale – gli stessi posti non servono alla memoria ma neppure suscitano la mancanza. Eppure, qualcosa ancora c’è e qualcosa manca.

Nove mesi per venire al mondo e nove mesi per svanire dalla memoria, dice di nuovo il tuo Pessoa, sempre se era lui il tuo, quello del tempo delle cose. Eppure, in tanti anni, questi nove mesi non sono ancora passati.

Il pelapatate

Tu non avevi il pelapatate. Che me ne faccio – dicevi – uso il coltello. Questa precarietà bislacca, mi piaceva; mi faceva vedere un futuro, dove forse si poteva fare con poco senza mancare di molto. Eppure io di pelapatate ne ho due, e non sarei contento di dover usare il coltello; eppure io la valigia da disfare nell’ingresso non la lascerei. Avevi ragione tu, ed ora io non saprei immaginare un futuro senza pelapatate.

La parola giusta

Se sarà, sarà un incontro imbarazzante, ma c’è qualcosa per cui non mi dispiace che avvenga; ha in sé un che di liberatorio. Forse perché vedrà un po’ come sei e intuirà come hai potuto rivoltarmi a quel modo; e ti troverà un po’ antipatica e spigolosa, perché è così che sei, e sospetterà che faccia parte del bello di te. O forse perché la avvicinerai e saprai dirle una parola, quella giusta. E io non saprò qual è.

La somiglianza degli equivoci

In certi giorni – come stamattina per esempio – sono un po’ esitante, più esposto al dubbio, più esposto in generale. È perché ti ho vista di nuovo, dopo tanto. È stato di sfuggita, ci siamo guardati come facevamo verso la fine, quando sembrava impossibile amarsi ancora e perfino capirsi ed era ormai colpa nostra, non più delle cose della vita, con il sorriso metà e le lacrime a riva degli occhi. Poi tu hai detto una cosa strana: “mi guardi come se mi volessi ringraziare”. Io ci ho pensato, mi seduceva l’idea, a causa della mia sciocca inclinazione alle scuse e alla gratitudine. Invece, quando ho risposto “no, proprio no” tu eri già di spalle e ti perdevo di vista. Neanche rincorrerti per le scale serviva, se non a vederti svoltare, già lontana. Quando ho preso il telefono in mano, ho capito che era tardi anche per chiamarti, ho ricordato che il telefono non ci ha mai avvicinati. E mi sono svegliato, commosso per questa cosa da niente, per questo scorcio fasullo. Poco dopo, ho creduto di vedere la libertà in un vortice di polvere e foglie in un angolo di strada autunnale, come il suonatore Jones; invece era solo il netturbino che radunava le foglie secche con il suo trabiccolo soffiante. E ho sorriso, di me e della somiglianza degli equivoci.