Non per nostalgia

Seduta, con gli occhi bassi, chissà cosa pensi, in quella foto. Quale senso prevale o se tutto attutisce semplicemente e sospende il presente, come in me che la guardo. Senza più salti del cuore, che però rallenta e si sente. Solo qualche ricordo ha la forza per venire a galla, gli altri in stallo a mezz’acqua. Non per nostalgia ma per inattesa necessità, mi domando il senso.

Annunci

un occhio

Torno a leggere, di rado, ma non dovrei. Come non dovevo aprire le foto del rulletto.

Soprattutto, non dovevo ingrandire il tuo occhio, celato fra le tue dita.

Era anni fa, l’inizio; una vita, due vite diverse.

Ma un occhio guarda – uguale – un uguale languore.

Forse quello che mi aggiungevi

Se tu avessi pensato di venire, io non mi sarei tirato indietro. Sarei venuto così, come si accende una sigaretta dopo anni; sarei venuto per vedere cosa scoperchia vederti.

Però – si scrive reperibile ma si legge guardia – non sei venuta. C’è come un patto, fra noi: se deve succedere di incontrarsi, che avvenga per caso; che non si sappia se uno, nessuno o magari entrambi lo desideravano.

Mi chiedo se ci hai pensato, per un attimo: venire così, ad una cosa senza nome come si va a una birra. Se ti è venuta voglia di fare finta di niente ed esserci. A me sì, è venuta voglia che questo avvenisse.

L’essersi sfiorati, essere stati sugli stessi messaggi, con la stessa gente che ci vedeva allora, avere sentito di te basta a scavarmi, a scoprire strati profondi; e fatico a leggerli, ad orientarmici, da quando non li frequento più con assiduità.

Non posso più dire che mi manchi. Però qualcosa di sicuro manca; forse, quello che mi aggiungevi.

Tu o una parte di te

Sei tornata, in questo giorno. Seduti a un tavolo – tu, io e una terza persona – raccontavi di avere recitato nel finale di un film di Ermanno Olmi… Niente di meno; io non lo so la mia mente insonnolita dove vada a pescare certe idee. Ma c’eri, c’era la tua bellezza lievemente incompleta e la tua espressione migliore, un po’ increspata per via degli occhi socchiusi. Io già pensavo di cercare la scena su internet, invece di godermi la tua presenza, che è sempre più rara. Solo un sogno, ma io lo so che ci sei, tu o una parte di te.

La sabbia

Una nota intonata, lo scatto di un ingranaggio; il presente e la memoria che si allineano.

Tutto il resto si rivela abbozzato e sospinto; io per primo lo sono, e quello che muovo.

Un sorriso, una frase semplice, un bicchiere d’acqua. Qualcosa che torna a posto, o che ne prende uno; un po’ di dignità e di coraggio senza parole.

E io da che parte sto, chi apprezzo davvero e chi sostengo, di chi mi chiedo i pensieri.

Sei stata brava, so, dai pochi dettagli prudentemente concessi. Ma è una prudenza inutile; io lo dimentico e lo soffoco ma tu sei il battito, la forma degli occhi, il profumo di casa, la paura del buio.

E la sabbia non è mai profonda abbastanza o il collo mai abbastanza allungato.

infinito presente

 

-Sarà stato durante il ginnasio, studiando la grammatica greca – dice – non ti ricordi? Fatto sta che ti è venuto fuori di dirmi: tu sei l’infinito presente.

-Ma no, figurati se mi ricordo, mamma – rispondo – è una cosa così sciocca, quasi una battuta!

E dentro di me una fitta, piccola piccola. Penso che vent’anni fa non lo sapevo che quella frase era perfetta per te. Penso che vorrei avertela detta; penso che ti sarebbe piaciuto sentirtela dire, Pezzi di me.

Auguri

Data e firma. Me ne sono accorto stamattina, di che giorno è oggi; al termine dell’ultima incombenza dopo una notte di (poco) lavoro. Una ricorrenza. E mi dispiace che sia stato per me il ricorrere di un senso di tristezza, di un crollo; pezzi di vetro rimasti per terra. Di giorni di breve vacanza finiti in solitudine, già tre anni fa. E invece voglio che sia un giorno come gli altri, in cui ti penso con una malinconia smussa, benefica, e posso quasi dirti auguri davvero.